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Quantera passato? Ore? Giorni? Non ero in grado di dirlo.
Mi sembrava di stare seduto lì, su quellasfalto umido,
tra quei casermoni deprimenti, da tanto, troppo tempo. Faceva freddo
e laria densa preannunciava altra pioggia grigia, come il
mio umore. Il mio fiato si condensava in nuvolette di vapore, mentre
tremavo sotto la palandrana che mi era stata concessa di tenere,
poco prima dessere sfrattato. Le mani erano rosse e doloranti,
e io non avevo mai visto un inverno tanto freddo. Se ce nera
stato uno, non lavevo notato, tantero preso dal mio
lavoro. Anzi, dal mio ex lavoro. Adesso vivevo come un vagabondo,
le persone che spesso avevo disprezzato dallalto della mia
posizione. Il libro non era piaciuto. Era tutto nuovo, per me. Io,
che avevo vissuto per anni tra le figure letterarie più importanti
di Francia, scrivendo romanzi, mi ritrovavo di colpo a vagare per
un vicolo scuro e non più caldo e accogliente di una gattabuia,
litigando coi cani randagi per un pezzo di cartone. Era successo
tutto in pochi secondi. Pochi secondi perché il mondo intero
mi crollasse sulle spalle e il mio promettente futuro mi scivolasse
dalle mani come acqua, senza permettermi di trattenerlo. Avevo perso
tutto. Il mestiere, la donna che amavo, lonore, la casa...
Tutto si dileguava rapidamente, come sfumato da un pennello invisibile.
Avevo freddo, il mio stomaco vuoto reclamava nutrimento a gran voce
ed ero attanagliato da una grande paura. Sì, paura. La paura
di un uomo adulto. Timore di cosa sarebbe venuto dopo quella notte
tenebrosa. La morte? Probabile. Luce? No. Una via duscita?
Non ne vedevo.
La consapevolezza di aver sbagliato, di non poter più tornare
indietro, mi fece desiderare ardentemente di farla finita. Ma io,
codardo comero, non ebbi mai il coraggio di troncare la mia
esistenza. Mi strinsi le gambe al petto e piansi in silenzio. Lacrime
calde e amare rigavano il mio viso gelato, lasciando impressi due
lunghi solchi.
- Sei solo?- Una voce cristallina di bimbo, dal leggero accento
parigino, fuori luogo in quella macchia di povertà e miseria,
mi giunse alle orecchie. Drizzai la testa e vidi, dinanzi a me,
un ragazzetto. Un giovincello scarno, dalla pelle diafana e un lungo
cappotto, troppo grande per lui, che si trascinava per terra. I
piedi scalzi e il capo avvolto da un berretto sfilacciato, probabilmente
rinvenuto per strada, dal quale faceva capolino un folto ciuffo
di chioma scura che gli copriva un occhio. Era solo un piccolo vagabondo,
come tanti altri, e non doveva avere più di sei anni, eppure
il mio genio vide in lui qualcosa di diverso.
- Che cosa cambia?- La mia voce era gelida, distaccata, quasi violenta.
Mi fissò calmo, bilanciando la mia risposta. Io rimasi impassibile,
lasciandomi trapassare da parte a parte da quel ragazzino. - Che
cosa vuoi?- lo aggredii senza motivo, quasi fosse lui la causa dei
miei problemi. - Spiccioli? Non ho niente da darti! Vai via!- Il
bimbo non sembrò affatto spaventarsi. Non arretrò
né diede segni di irrequietezza. Inclinò la testa
da un lato, come per squadrarmi meglio.
- Hai freddo?- chiese di nuovo con lo stesso tono indecifrabile.
Rimasi per un attimo interdetto. Poi mi lasciai andare: che male
avrebbe potuto farmi un bambino?
- Sì, ho molto freddo.- A queste parole, il mio giovane interlocutore
avanzò verso di me a piccoli passi, muovendosi a fatica sotto
il peso del cappotto. Mi prese un braccio e mi tirò in piedi.
Con la manina mi spolverò il vestito. Lo lasciai fare. Poi
alzò lo sguardo e incrociò i miei occhi.
- Vieni.- mi disse e io lo seguii mansueto.
Mi condusse fuori dal vicolo dove mi ero perduto, lungo la strada
principale, tagliando spesso per qualche viale nascosto. Visti dalla
gente, sembravamo padre e figlio. Durante il cammino, riconobbi
volti che, fino a pochi giorni prima, avrei guardato dallalto
in basso, e che in quel momento invidiavo. Perfino uno che portava
pizze a domicilio con il suo scoppiettante side-car stava meglio
di me: privo di tutto, sfrattato, disposto a farsi trascinare da
un ragazzino sconosciuto verso lignoto. Dopotutto, che alternative
avevo? Morire assiderato a trentanni non era una gran prospettiva.
Però
Più lo guardavo, più rassomigliava
ad un piccolo pinguino dal manto bruno. Dal berretto fuggivano brevi
riccioli unti che andavano ad adagiarsi su un esile collo pallido
e che mi parvero stranamente familiari. La presa del suo guanto
sgualcito sulla mia mano era ruvida, ma allo stesso tempo dolce,
nella sua delicatezza. Svoltammo un angolo e ci trovammo in un vicolo
cieco, occupato solo da un bidone dellimmondizia e una staccionata
di legno. Pensai che avesse sbagliato strada, e feci per voltarmi;
lui mi trattenne con decisione. Lasciò la presa e mosse qualche
passo verso il bidone da solo. Non avevo la minima idea di cosa
volesse fare. Il giovincello dapprima si guardò intorno circospetto,
poi scostò un pezzo di cartone da dietro il bidone. Scorsi
la luce ancor prima di realizzare che nel muro cera un buco.
Il piccolo mi fece cenno di avvicinarmi. Con lagilità
di un gatto si calò dentro il nascondiglio, sparendo alla
mia vista. Mi chinai sullapertura e percepii laria viziata
che vi aleggiava. Poche candele a far giorno. Il bimbo, pochi metri
sotto di me, mi incitò a scendere. Per un attimo pensai dessere
caduto in uno dei miei racconti. Dopo un attimo di vacillamento,
infilai le gambe nel buco e scesi. Una stanza piccola, anzi, uno
scantinato minuscolo, disseminato di coperte e paglia; al centro
uno scatolone ribaltato improvvisava un tavolo, sul quale faceva
mostra una natura morta.
In un angolo in ombra, un secchio pieno dacqua. Il bimbo mi
fece sedere su un mucchio di coperte bisunte, tornando poco dopo
con un sacchetto da fast food tra le mani che mi porse. Recuperò
un mozzicone di candela e lo accese con un fiammifero usato; portandolo
ai miei piedi cercò di scaldarsi le manine. Aprii la confezione
stracciata e vi trovai un pezzo di hamburger e delle esili patatine.
Di colpo mi sentii un verme: probabilmente quello era lunico
pasto che possedeva, e voleva darlo a me. Io! Che lavevo trattato
male dallattimo in cui lavevo visto. Il giovincello
(come avevo cominciato a chiamarlo io, seguendo linflusso
del mio gergo da scrittore) si tolse il giaccone, rivelando un abbigliamento
disgraziato che non gli avrebbe assolutamente garantito lincolumità
durante quellinverno. Quando si tolse il berretto, notai due
piccole orecchie leggermente a punta sbucare dalla folta capigliatura
corvina, che aumentarono in me il dubbio dessermi addormentato
sulla scrivania del mio studio.
- Come ti chiami?- domandai. Il bimbo sfregò fra loro le
mani, soffiandoci sopra, accanto alla candela. Alzò il capo
e parve pensarci un attimo. I suoi occhi erano di un celeste molto
simile al mio.
- Trovatello.-
- Ma non è un nome!- tentai di protestare, soffermandomi
sul suo sguardo velato di tristezza. - Non hai un nome, vero?- Non
mi rispose. Dopo un momento di interminabile silenzio, Trovatello
mi incitò a mangiare. Io insistetti per dividerlo con lui,
finché il suo stomaco gorgogliò e acconsentì.
Fu così che feci la conoscenza della persona che avrebbe
cambiato radicalmente il mio modo di vedere le cose.
Non ricordo quanto tempo rimasi con Trovatello nel nascondiglio
sotterraneo, ma so per certo che furono i momenti più importanti
della mia vita.
- Mi racconti una storia?- mi chiese una sera, dopo aver cenato
come facevamo di solito. Rimasi un attimo in riflessione, pensando
a quale fiaba sarebbe piaciuta ad un bambino della sua età.
Alla fine, dato che il mio genere erano i romanzi per adulti, mi
decisi a narrargli la trama di uno dei miei libri nel modo più
semplificato e interessante possibile. A metà racconto, il
bimbo protestò:
- Non una storia da grandi!- Quindi cominciai la cronaca di uno
dei rari libri di fantasia che avevo letto. Anche qui, Trovatello
mi fermò: voleva qualcosa di più bizzarro. Raccontai
fino a raggiungere il fondo delle mie conoscenze letterarie infantili,
eppure non riuscii mai a soddisfare il mio piccolo amico.
- Ti piace la Tour Eiffel?- mi domandò poi.
- Sì
-
- E molto bella. Una persona che non ricordo, un giorno mi
promise di portarmi là
- raccontò il bambino
con occhi persi e malinconici. - Ma poi non è più
tornata.- Calò di nuovo il silenzio: lui triste e io più
confuso che mai. Non volevo che si sentisse infelice: avevo con
Trovatello un legame che andava oltre lamicizia e non sopportavo
di vederlo in quello stato. Ebbi un lampo di genio e ripresi a narrare
Da quella sera, ogni notte mi mettevo seduto sulle coperte del nascondiglio
a inventare storie per il mio piccolo salvatore, che invitava i
suoi amici. Tutti i bambini rimanevano affascinati dalle avventure
del piccolo bimbo francese che chiamai Juliàn e che decise
di girare il mondo, superando montagne, laghi, mari e fiumi, parlando
con le fate e giocando con i folletti.
Andando avanti con i giorni, gli spettatori si facevano sempre più
numerosi, finché lintero scantinato fu gremito di faccine
illuminate dalle candele. Erano tutti ragazzi di strada, spesso
orfani e grandi ascoltatori, peraltro. Le mie storie passavano di
bocca in bocca nelle vie della capitale, finché, una sera,
ci trovammo io e Trovatello da soli, come la prima volta. Lui era
contento, si vedeva; eppure leggevo nei suoi occhi un velo di malinconia.
Gli chiesi spiegazioni, ma lui si limitò a dirmi:
- Ormai hai imparato e io ho fatto il mio dovere.- Subito dopo accadde
la cosa più strana e incredibile che avessi mai immaginato:
sotto i miei occhi, il ragazzino unto e straccione che mi aveva
ospitato si trasformò in un bellissimo bimbo ben vestito
e pulito. Il suo viso era chiaro e i suoi occhi ridenti. Mi trovavo
in una cameretta accogliente, piena di giocattoli e libri.
- Ora devi andare.-
- Dove? Perché?- domandai confuso. Lui mi sorrise.
- Ora che hai capito e mi hai salvato, non mi resta che tornare.-
- Tornare dove?-
- Verrò presto e presto mi vedrai di nuovo... amico mio.-
Cercai di protestare, ma Trovatello salutò con la mano, la
luce mi avvolse e io tornai nel mio studio.
Due anni dopo il curioso sogno, ero felicemente sposato con la donna
più bella della Francia, abitavo in un appartamento in vista
della Tour Eiffel e avevo ancora il mio splendido lavoro di scrittore,
un po aggiornato: scrivevo libri per bambini. Li leggevo quasi
ogni giorno in un orfanotrofio del centro, sperando, un giorno,
di potervi ritrovare il bimbo che mi aveva strappato dalle braccia
della morte. Appena sveglio, infatti, aveva cancellato lintero
romanzo che avrei dovuto consegnare ai miei editori, riscrivendo
con entusiasmo la storia che raccontai, credo, per giorni interi,
in uno scantinato umido e inospitale ad un gruppo di ragazzi di
strada.
Chiesi a Eléonore di sposarmi, che accettò e le cose
andarono per il verso giusto. Nel mio cuore attendevo ancora il
ritorno di Trovatello, che sembrò bussare alla porta di casa
mia il giorno di San Michele dalle labbra della mia cara dolce metà:
ci sarebbe presto stato un altro membro in questa famiglia. Inutile
dire che feci i salti di gioia e attesi impaziente il trascorrere
dei nove mesi. Quando, finalmente, quella mattina in sala parto
mi dissero E un maschio, mi parve di volare dalla
felicità! Tenendo fra le mani quella minuscola creatura,
riuscii per un attimo a rispecchiarmi nei suoi occhi azzurri come
il cielo terso. Lo stesso giorno corsi a casa e mi misi a sistemare
la camera degli ospiti alla belle e meglio. Comprai i giocattoli,
i peluche e quel modellino della Tour che tanto avevo ammirato nella
vetrina del ferramenta. Quando mio cognato mi pescò sotto
il palazzo con le braccia cariche di roba, mi chiese che diavolo
stessi facendo. Io risposi semplicemente:
-Voglio che tutto sia come se lo ricorda, quando arriverà.-
Forse mi prese per pazzo,
ma tutti sanno che i padri del primo figlio sono sempre un po
euforici e tendono a fare delle sciocchezze. Quella non era una
sciocchezza, lo sapevo io. E, cosa più importante, lo sapeva
Trovatello.
Erica Selvatica
Valentina Testa Sulzano-
(Racconto 1° classificato)
19 maggio 2007
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