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Concorso letterario a tema libero
Racconto d’Inverno -Nona Edizione-

“TROVATELLO DELLA TOUR EIFFEL”

 

Quant’era passato? Ore? Giorni? Non ero in grado di dirlo. Mi sembrava di stare seduto lì, su quell’asfalto umido, tra quei casermoni deprimenti, da tanto, troppo tempo. Faceva freddo e l’aria densa preannunciava altra pioggia grigia, come il mio umore. Il mio fiato si condensava in nuvolette di vapore, mentre tremavo sotto la palandrana che mi era stata concessa di tenere, poco prima d’essere sfrattato. Le mani erano rosse e doloranti, e io non avevo mai visto un inverno tanto freddo. Se ce n’era stato uno, non l’avevo notato, tant’ero preso dal mio lavoro. Anzi, dal mio ex lavoro. Adesso vivevo come un vagabondo, le persone che spesso avevo disprezzato dall’alto della mia posizione. Il libro non era piaciuto. Era tutto nuovo, per me. Io, che avevo vissuto per anni tra le figure letterarie più importanti di Francia, scrivendo romanzi, mi ritrovavo di colpo a vagare per un vicolo scuro e non più caldo e accogliente di una gattabuia, litigando coi cani randagi per un pezzo di cartone. Era successo tutto in pochi secondi. Pochi secondi perché il mondo intero mi crollasse sulle spalle e il mio promettente futuro mi scivolasse dalle mani come acqua, senza permettermi di trattenerlo. Avevo perso tutto. Il mestiere, la donna che amavo, l’onore, la casa... Tutto si dileguava rapidamente, come sfumato da un pennello invisibile. Avevo freddo, il mio stomaco vuoto reclamava nutrimento a gran voce ed ero attanagliato da una grande paura. Sì, paura. La paura di un uomo adulto. Timore di cosa sarebbe venuto dopo quella notte tenebrosa. La morte? Probabile. Luce? No. Una via d’uscita?
Non ne vedevo.
La consapevolezza di aver sbagliato, di non poter più tornare indietro, mi fece desiderare ardentemente di farla finita. Ma io, codardo com’ero, non ebbi mai il coraggio di troncare la mia esistenza. Mi strinsi le gambe al petto e piansi in silenzio. Lacrime calde e amare rigavano il mio viso gelato, lasciando impressi due lunghi solchi.
- Sei solo?- Una voce cristallina di bimbo, dal leggero accento parigino, fuori luogo in quella macchia di povertà e miseria, mi giunse alle orecchie. Drizzai la testa e vidi, dinanzi a me, un ragazzetto. Un giovincello scarno, dalla pelle diafana e un lungo cappotto, troppo grande per lui, che si trascinava per terra. I piedi scalzi e il capo avvolto da un berretto sfilacciato, probabilmente rinvenuto per strada, dal quale faceva capolino un folto ciuffo di chioma scura che gli copriva un occhio. Era solo un piccolo vagabondo, come tanti altri, e non doveva avere più di sei anni, eppure il mio genio vide in lui qualcosa di diverso.
- Che cosa cambia?- La mia voce era gelida, distaccata, quasi violenta. Mi fissò calmo, bilanciando la mia risposta. Io rimasi impassibile, lasciandomi trapassare da parte a parte da quel ragazzino. - Che cosa vuoi?- lo aggredii senza motivo, quasi fosse lui la causa dei miei problemi. - Spiccioli? Non ho niente da darti! Vai via!- Il bimbo non sembrò affatto spaventarsi. Non arretrò né diede segni di irrequietezza. Inclinò la testa da un lato, come per squadrarmi meglio.
- Hai freddo?- chiese di nuovo con lo stesso tono indecifrabile. Rimasi per un attimo interdetto. Poi mi lasciai andare: che male avrebbe potuto farmi un bambino?
- Sì, ho molto freddo.- A queste parole, il mio giovane interlocutore avanzò verso di me a piccoli passi, muovendosi a fatica sotto il peso del cappotto. Mi prese un braccio e mi tirò in piedi. Con la manina mi spolverò il vestito. Lo lasciai fare. Poi alzò lo sguardo e incrociò i miei occhi.
- Vieni.- mi disse e io lo seguii mansueto.
Mi condusse fuori dal vicolo dove mi ero perduto, lungo la strada principale, tagliando spesso per qualche viale nascosto. Visti dalla gente, sembravamo padre e figlio. Durante il cammino, riconobbi volti che, fino a pochi giorni prima, avrei guardato dall’alto in basso, e che in quel momento invidiavo. Perfino uno che portava pizze a domicilio con il suo scoppiettante side-car stava meglio di me: privo di tutto, sfrattato, disposto a farsi trascinare da un ragazzino sconosciuto verso l’ignoto. Dopotutto, che alternative avevo? Morire assiderato a trent’anni non era una gran prospettiva. Però… Più lo guardavo, più rassomigliava ad un piccolo pinguino dal manto bruno. Dal berretto fuggivano brevi riccioli unti che andavano ad adagiarsi su un esile collo pallido e che mi parvero stranamente familiari. La presa del suo guanto sgualcito sulla mia mano era ruvida, ma allo stesso tempo dolce, nella sua delicatezza. Svoltammo un angolo e ci trovammo in un vicolo cieco, occupato solo da un bidone dell’immondizia e una staccionata di legno. Pensai che avesse sbagliato strada, e feci per voltarmi; lui mi trattenne con decisione. Lasciò la presa e mosse qualche passo verso il bidone da solo. Non avevo la minima idea di cosa volesse fare. Il giovincello dapprima si guardò intorno circospetto, poi scostò un pezzo di cartone da dietro il bidone. Scorsi la luce ancor prima di realizzare che nel muro c’era un buco. Il piccolo mi fece cenno di avvicinarmi. Con l’agilità di un gatto si calò dentro il nascondiglio, sparendo alla mia vista. Mi chinai sull’apertura e percepii l’aria viziata che vi aleggiava. Poche candele a far giorno. Il bimbo, pochi metri sotto di me, mi incitò a scendere. Per un attimo pensai d’essere caduto in uno dei miei racconti. Dopo un attimo di vacillamento, infilai le gambe nel buco e scesi. Una stanza piccola, anzi, uno scantinato minuscolo, disseminato di coperte e paglia; al centro uno scatolone ribaltato improvvisava un tavolo, sul quale faceva mostra una natura morta.
In un angolo in ombra, un secchio pieno d’acqua. Il bimbo mi fece sedere su un mucchio di coperte bisunte, tornando poco dopo con un sacchetto da fast food tra le mani che mi porse. Recuperò un mozzicone di candela e lo accese con un fiammifero usato; portandolo ai miei piedi cercò di scaldarsi le manine. Aprii la confezione stracciata e vi trovai un pezzo di hamburger e delle esili patatine. Di colpo mi sentii un verme: probabilmente quello era l’unico pasto che possedeva, e voleva darlo a me. Io! Che l’avevo trattato male dall’attimo in cui l’avevo visto. Il giovincello (come avevo cominciato a chiamarlo io, seguendo l’influsso del mio gergo da scrittore) si tolse il giaccone, rivelando un abbigliamento disgraziato che non gli avrebbe assolutamente garantito l’incolumità durante quell’inverno. Quando si tolse il berretto, notai due piccole orecchie leggermente a punta sbucare dalla folta capigliatura corvina, che aumentarono in me il dubbio d’essermi addormentato sulla scrivania del mio studio.
- Come ti chiami?- domandai. Il bimbo sfregò fra loro le mani, soffiandoci sopra, accanto alla candela. Alzò il capo e parve pensarci un attimo. I suoi occhi erano di un celeste molto simile al mio.
- Trovatello.-
- Ma non è un nome!- tentai di protestare, soffermandomi sul suo sguardo velato di tristezza. - Non hai un nome, vero?- Non mi rispose. Dopo un momento di interminabile silenzio, Trovatello mi incitò a mangiare. Io insistetti per dividerlo con lui, finché il suo stomaco gorgogliò e acconsentì. Fu così che feci la conoscenza della persona che avrebbe cambiato radicalmente il mio modo di vedere le cose.
Non ricordo quanto tempo rimasi con Trovatello nel nascondiglio sotterraneo, ma so per certo che furono i momenti più importanti della mia vita.
- Mi racconti una storia?- mi chiese una sera, dopo aver cenato come facevamo di solito. Rimasi un attimo in riflessione, pensando a quale fiaba sarebbe piaciuta ad un bambino della sua età. Alla fine, dato che il mio genere erano i romanzi per adulti, mi decisi a narrargli la trama di uno dei miei libri nel modo più semplificato e interessante possibile. A metà racconto, il bimbo protestò:
- Non una storia da grandi!- Quindi cominciai la cronaca di uno dei rari libri di fantasia che avevo letto. Anche qui, Trovatello mi fermò: voleva qualcosa di più bizzarro. Raccontai fino a raggiungere il fondo delle mie conoscenze letterarie infantili, eppure non riuscii mai a soddisfare il mio piccolo amico.
- Ti piace la Tour Eiffel?- mi domandò poi.
- Sì…-
- E’ molto bella. Una persona che non ricordo, un giorno mi promise di portarmi là…- raccontò il bambino con occhi persi e malinconici. - Ma poi non è più tornata.- Calò di nuovo il silenzio: lui triste e io più confuso che mai. Non volevo che si sentisse infelice: avevo con Trovatello un legame che andava oltre l’amicizia e non sopportavo di vederlo in quello stato. Ebbi un lampo di genio e ripresi a narrare…
Da quella sera, ogni notte mi mettevo seduto sulle coperte del nascondiglio a inventare storie per il mio piccolo salvatore, che invitava i suoi amici. Tutti i bambini rimanevano affascinati dalle avventure del piccolo bimbo francese che chiamai Juliàn e che decise di girare il mondo, superando montagne, laghi, mari e fiumi, parlando con le fate e giocando con i folletti.
Andando avanti con i giorni, gli spettatori si facevano sempre più numerosi, finché l’intero scantinato fu gremito di faccine illuminate dalle candele. Erano tutti ragazzi di strada, spesso orfani e grandi ascoltatori, peraltro. Le mie storie passavano di bocca in bocca nelle vie della capitale, finché, una sera, ci trovammo io e Trovatello da soli, come la prima volta. Lui era contento, si vedeva; eppure leggevo nei suoi occhi un velo di malinconia. Gli chiesi spiegazioni, ma lui si limitò a dirmi:
- Ormai hai imparato e io ho fatto il mio dovere.- Subito dopo accadde la cosa più strana e incredibile che avessi mai immaginato: sotto i miei occhi, il ragazzino unto e straccione che mi aveva ospitato si trasformò in un bellissimo bimbo ben vestito e pulito. Il suo viso era chiaro e i suoi occhi ridenti. Mi trovavo in una cameretta accogliente, piena di giocattoli e libri.
- Ora devi andare.-
- Dove? Perché?- domandai confuso. Lui mi sorrise.
- Ora che hai capito e mi hai salvato, non mi resta che tornare.-
- Tornare dove?-
- Verrò presto e presto mi vedrai di nuovo... amico mio.- Cercai di protestare, ma Trovatello salutò con la mano, la luce mi avvolse e io tornai nel mio studio.
Due anni dopo il curioso sogno, ero felicemente sposato con la donna più bella della Francia, abitavo in un appartamento in vista della Tour Eiffel e avevo ancora il mio splendido lavoro di scrittore, un po’ aggiornato: scrivevo libri per bambini. Li leggevo quasi ogni giorno in un orfanotrofio del centro, sperando, un giorno, di potervi ritrovare il bimbo che mi aveva strappato dalle braccia della morte. Appena sveglio, infatti, aveva cancellato l’intero romanzo che avrei dovuto consegnare ai miei editori, riscrivendo con entusiasmo la storia che raccontai, credo, per giorni interi, in uno scantinato umido e inospitale ad un gruppo di ragazzi di strada.
Chiesi a Eléonore di sposarmi, che accettò e le cose andarono per il verso giusto. Nel mio cuore attendevo ancora il ritorno di Trovatello, che sembrò bussare alla porta di casa mia il giorno di San Michele dalle labbra della mia cara dolce metà: ci sarebbe presto stato un altro membro in questa famiglia. Inutile dire che feci i salti di gioia e attesi impaziente il trascorrere dei nove mesi. Quando, finalmente, quella mattina in sala parto mi dissero “E’ un maschio”, mi parve di volare dalla felicità! Tenendo fra le mani quella minuscola creatura, riuscii per un attimo a rispecchiarmi nei suoi occhi azzurri come il cielo terso. Lo stesso giorno corsi a casa e mi misi a sistemare la camera degli ospiti alla belle e meglio. Comprai i giocattoli, i peluche e quel modellino della Tour che tanto avevo ammirato nella vetrina del ferramenta. Quando mio cognato mi pescò sotto il palazzo con le braccia cariche di roba, mi chiese che diavolo stessi facendo. Io risposi semplicemente:
-Voglio che tutto sia come se lo ricorda, quando arriverà.-
Forse mi prese per pazzo,
ma tutti sanno che i padri del primo figlio sono sempre un po’ euforici e tendono a fare delle sciocchezze. Quella non era una sciocchezza, lo sapevo io. E, cosa più importante, lo sapeva Trovatello.

Erica Selvatica

Valentina Testa –Sulzano-
(Racconto 1° classificato)
19 maggio 2007

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