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Concorso letterario a tema libero
Racconto d’Inverno - 2005 ottava Edizione-

“Meno due a Natale!”

 

Aprii lentamente le palpebre. Voltai la testa fino ad intravedere un bagliore fioco e verde; la sveglia segnava le cinque, 48 minuti e 31 secondi. Il tepore del sacco a pelo era invitante e mai mi sarei sognata di sottrarmi a quell’abbraccio, ma quel giorno sentivo che qualcosa era cambiato. Mi misi seduta, stropicciandomi gli occhi azzurri ancora assonnati, incrociai le gambe e iniziai a guardarmi intorno: non c’erano stati molti cambiamenti durante la notte, solo i sacchi a pelo disfatti che ancora riscaldavano i ragazzi e occupavano gran parte della camerata. Max si era ingarbugliato in qualche modo strano nel suo, mentre Silvia era completamente svanita sotto le coperte blu. Anastasia era già seduta sul suo sacco e, con gli occhiali che le cadevano sul naso, sbadigliò stiracchiandosi; osservava anche lei Cristiano e Alby sonnecchiare beati, al calduccio nei loro due sacchi verde militare. Francesca era sdraiata su un lato e cercava di sistemare il suo sacco a pelo rosso per essere più al caldo. In parte a lei dormivano ancora Elisa, Debby e Roby che, raggomitolata sotto il calore dell’abbraccio che le offriva il suo lettino provvisorio, era dolcissima.

Mi voltai ad osservare la figura esile che respirava lentamente al mio fianco; Ellie teneva la coperta beige fin sopra le orecchie e sul viso aveva ben stampata un’espressione felice e beata, tra le braccia stringeva ancora il volume di Nina che le avevo prestato da leggere.

Danial era accucciato sotto la finestra bianca, mentre dal bagno proveniva il sottomesso rumore dell’acqua che scorreva e dello spazzolino elettrico; il sacco a pelo di Simo era vuoto e il suo inseparabile astuccio era scomparso con lui.

In fondo alla stanza, con la bocca aperta e un rivolo lucente che gli colava sotto il mento, il nostro Dany, il pazzo del gruppo, russava talmente tanto da far appannare i vetri delle finestre. Ma... non era Daniele col suo russare, le finestre erano bianche per conto loro.

M’alzai. Indossavo ancora la felpa che mi ero messa la sera prima, perché faceva troppo freddo, e i pantaloni neri del pigiama erano talmente stropicciati da parere cartapesta. Ai piedi solo le calze; quando sfiorai la moquette gelida percepii un brivido salirmi lungo la schiena. Capii subito che, come al solito, il riscaldamento non era acceso. Eravamo in quella baita da quasi cinque e già la conoscevamo come le nostre tasche; durante quella vacanza non c’era stato mai neppure un fiocco di neve, anche se in pieno dicembre e ad una tale altitudine ci si aspetterebbe una nevicata da un metro! Il tempo e la montagna ci avevano profondamente delusi e ormai la gita giungeva al termine: solo altri quattro giorni e ce ne saremmo tornati a casa. Ormai più nessuno sperava in un po’ di neve e le previsioni davano solo pioggia e sole; le temperature rimanevano sempre sui 7° C e non avevano intenzione di cambiare, sembrava.

Ana mi diede il buongiorno con un sorriso ancora assonnato; sbadigliò portandosi una mano alla bocca e frugò nella sua sacca in cerca del pettine, per lisciare i capelli castani tutti arruffati. Ricambiai la cortesia e mi feci strada in mezzo al campo minato di sacchi a pelo. Superai il cadavere di Massy, che ormai non era più sul materasso tanto si era ribaltato durante la gelida nottata. Francesca si era rassegnata a riprender sonno, quindi si tirò fuori dal sacco a pelo sedendocisi sopra con un sospiro seccato; anche lei rovistò per un po’ nella sua valigia e indossò sopra la maglia del pigiama un maglione a strisce. Mi salutò, mentre io continuavo ad avanzare tra i dormienti con cautela. Era risaputo che in quello chalet le ragazze si svegliavano sempre per prime, ma non per tal motivo avevamo il diritto di privare i maschietti dei loro sogni fugaci.

Intanto Simo era tornato dal bagno e anche lui dovette lottare per superare Daniele che sbavava addossato al muro, sognando Elisa, che era a pochi metri da lui, che però non ricambiava l’affetto. Lo spintonava con il ginocchio, ma egli non si scansava proprio, quasi per dispetto.

Danial era sveglio e mi salutò con un ciao dal suo accento straniero, ma così dolce, da non badare alle diversità di carnagione; anch’io lo salutai:
- Allora, Dany, hai dormito bene?-
- Sì - sorrise il ragazzino alzandosi dal sacco a pelo e dirigendosi in bagno con passo felpato, senza fare rumore: anche a lui interessava dei suoi amici e del loro riposo.

Daniele grugnì al passaggio di Danial, che fece un balzo sorpreso, ma presto tornò sui suoi passi.

Max si rigirò nel sacco a pelo, ingarbugliandosi ancora di più, tra l’altro; Cristiano sbadigliò e aprì gli occhi con un’espressione un po’ disorientata. Quando finalmente si ricordò di essere nella baita a Breno, in compagnia dei suoi amici e accorgendosi che erano ormai quasi tutti in piedi, scosse Alberto per una spalla chiamandolo per nome fino a svegliarlo.

- Buongiorno!- esclamò Alby con la sua voce squillante e un po’ sciocca, forse così, perché si era appena svegliato, ma fu subito zittito dallo ssshh! insistente di Anastasia che indicò le dolci Roby ed Elisa (solo loro, perché Debora, di dolce, ha ben poco!).

Io continuavo ad avanzare nella camerata per raggiungere la finestra oscurata da un paio di lunghe tende verde pino; da una fessura tralasciata dai tendaggi trapelava uno spiraglio luminoso che andava a vellutare i capelli di Roberta, ancora assopita.

Mi trovai davanti ai tendaggi verdi. Per non disturbare nessuno scostai solo un lembo del largo fazzoletto per dare un’occhiata fuori. La sorpresa fu grande, quando i miei occhi azzurri furono accecati dal candore del manto del bosco, quello che per i primi nostri giorni alla baita ci aveva ospitato con il suo profumo di pino e il sottobosco ghiacciato. Volevo avvertire i ragazzi, ma dalla mia bocca non uscì nient’altro che un lungo sospiro d’ammirazione: durante la notte qualcuno lassù aveva pensato bene di regalarci un Natale doc.!

Dal cielo nebbioso si lanciavano piccole stelle candide di farina che finivano per posarsi dolcemente sul paese. Il viottolo non si distingueva dalla vallata erbosa: entrambi vantavano un immacolato colore bianco brillante; la staccionata di travi di legno pareva fatta di candida neve, così come gli alberi carichi di quel bellissimo dono.

Il mio sguardo si spinse più in là, fino al fiumiciattolo che avevamo esplorato il giorno precedente io, Alby, Dany e Cristiano; nella distesa angelica scorsi un luccichio argentato, lontano, quasi impercettibile, che attraversava la vallata da cui non si distinguevano più neppure i massi e i ciuffi d’erba che prima la ricoprivano.

Al primo soffio di vento dai rami scheletrici degli abeti si separavano piccole quantità di neve morbida che andava ad aggiungersi a quella del terreno ghiacciato; sulla fontanella e le auto, giochi di brina e ghiaccio riflettevano la debole luce di un sole pallido, appena sorto, che appena rammentava il cinese sulla tavolozza del paesaggio.

La catasta di legna che avevano raccolto i ragazzi era, pure lei, candida e friabile, come ricoperta da zucchero a velo. Sì, l’intero paese era una composizione di zucchero dolce che ne mascherava la monotonia che tutte le altre località montane avrebbero noiosamente mantenuto senza una bella nevicata come quella.

Spalancai di colpo le tende pesanti facendo brillare di una luce accecante l’intera stanza. Daniele sbuffò e si portò una mano sugli occhi a mo’ di visiera per non avere tutta la luce in faccia, ma presto si svegliò dal suo letargo prorompendo come una furia:
- Tooogoooo!- urlò in preda ad un attacco d’entusiasmo.
- Ma che diavolo hai da urlare, tu?!- chiese incollerita Debora che anche lei non era da meno in tema di furie.
- Ooh! Guardate là!- esclamò meravigliata Roberta con la sua solita vocina flebile e dolce indicando la finestra. Seguirono esclamazioni di stupore, meraviglia e sorpresa. Danial, Francy, Simo e Anastasia si precipitarono alla finestra per vedere il viale completamente innevato. Tutti parteciparono allo spettacolo che Madre Natura ci offriva quella mattina con grande amore e impegno per rendere il dipinto ancora più meraviglioso. Il gruppo stette un po’ ad osservare la valle incantata natalizia, fin quando dal piano di sotto ci raggiunse una voce adulta e rauca, ma decisamente femminile, che ci avvisò della colazione. Solo in quel momento ci accorgemmo che la branda di Orsola era vuota; Orsola è la nonna di Anastasia e si rese disponibile per prepararci i suoi manicaretti durante la vacanza: un’eccellente cuoca! Rispondemmo con dolcezza ed eccitazione al suo richiamo, quindi ci alzammo dai sacchi a pelo e ci vestimmo rapidamente, con un paio di jeans, maglioni e felpe. Per Max ci volle un po’ più di tempo, visto che era rimasto intrappolato nel suo stesso sacco a pelo e a soccorrerlo giunsero Danial, Alberto ed io che, con non poche difficoltà, riuscimmo a liberarlo dalla morsa delle coperte e a metterlo in piedi con l’eccitazione che sfrecciava a 700 km/h nelle vene.

Nella saletta da pranzo trovammo il lungo tavolo a C cubica apparecchiato con quattordici scodelle e altrettanti cucchiai scintillanti. In fondo alla sala troneggiava luccicante dalle mille lucine pazze, l’abete verde, addobbato a festa, con palline, angioletti, campanelle e fiocchetti. Mancavano solo due giorni al tanto atteso Natale e sicuramente l’avremmo passato nella baita di Breno, tutti assieme. Ci sistemammo ai nostri posti, io fra Ellie e Daniele, e attendemmo l’arrivo della celebre cuoca.

Mangiammo tutti velocemente, ma senza rinunciare a scambiarci qualche parola, prospettiva o battuta, nel caso di Dany che raccontava di quando gli si erano congelate le scarpe dopo averle lasciate fuori tutta la notte. Alby e Cristiano si stavano mettendo d’accordo sul cosa fare non appena sarebbero potuti uscire fuori, fra la neve; Max sorseggiava il suo caffelatte ridendo alle battute di Dany e Simo. Roby, Silvia, Elisa e Debby chiacchieravano fra loro, mentre io ed Eli non riuscivamo a spiccicare una parola, neppure su qualche sogno dei nostri miti o idee per il libro... niente. Eravamo entrambe shockate per l’arrivo di tanta neve e felicità tra il gruppo.

Sorseggiai il mio latte; il liquido caldo scese giù nella gola, facendo cessare i brividi che mi percorrevano la schiena.

Quando tutti ebbero terminato, la combriccola raggiunse l’ingresso con gli scarponi già ai piedi, pronti per un’avventurosa esplorazione. Come Alberto aprì la porta una carezza di gelido venticello invernale, ci colpì il volto facendoci tremare, ma fu inutile contro la nostra eccitazione. Armati di giacche a vento, scarponi, sciarpe e guanti c’incamminammo nel cortile innevato.

Quasi non volevo che quello stupendo dipinto venisse rovinato dalle orme colonizzanti dei miei amici, interrompendo così l’impressione d’immacolato biancore che ora troneggiava su tutta la vallata. La volta celeste continuava ad inviarci i minuscoli messaggeri bianchi alati. Ne colsi uno con la mano nuda; solo per pochi attimi restò con me, lasciando dietro di sé una goccia d’acqua chiara, per poi tornare tra le nuvole perlacee. A quel punto capii. Le cose, anche se belle, non sono fatte per durare in eterno, ma anche quell’attimo d’esistenza va vissuto al meglio, senza badare all’aspetto, perché anche se un elemento è piccolo, non è detto che non valga niente. Anzi, sono proprio i più giovani, a volte, a darci la felicità di vivere, di essere partecipi e attori del magico spettacolo che la Natura ci offre senza chiedere nulla in cambio. Noi siamo esseri con un’anima, ma non tutti comprendono la vera fortuna di possederne una buona e gentile, fin quando non la perdono completamente. Tutti hanno un corpo, e questo è un oggetto comune, che tutti possono vantare, ma l’anima, l’anima è un dono raro e magico, che va donato solo ai più rispettosi.

Il corpo è una cosa, l’anima... un privilegio!

Valentina Testa (Ember Rose)

Sulzano, 17 ottobre 2005

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